
IL SENSO DEL LIMITE
IL SENSO DEL LIMITE
Se c’è una cosa che allo sport pare proprio riuscire bene è quella di candidarsi a grande storyteller del “tutto è possibile”. Sembra quasi nato apposta. Una sorta di isola felice, nel mezzo dell’oceano troppo tempestoso o troppo piatto delle nostre vite; un’isola alla quale attraccare per rifocillarci quando sembra che non ci riesca nulla o che tutto sia troppo normale: gli sportivi come nuovi eroi di questo secolo, nato peggio di come si è concluso il precedente; lo sport come spazio del no limits, per cui just do it. E forse ci piace tanto proprio per questo. Una specie di doping a basso costo e con pochissime controindicazioni, tanto che non solo ci immergiamo in esso quando serve, ma finiamo spesso per portarlo fuori dai propri confini e farlo diventare il modo con cui viviamo il nostro lavoro, le nostre relazioni, il nostro tempo libero: nulla ci è impossibile, e perché dovrebbe?
Qualche giorno prima dello scorso Natale, abbiamo avuto la fortuna di ospitare a “SportivaMente” due persone speciali, che hanno incontrato ragazze e ragazzi delle scuole: un grande ex-pallavolista (da poco), Luca Vettori, e Giulia Riva, giornalista e nuotatrice paralimpica. Tra i tanti meriti che hanno avuto, ci sono proprio le loro parole intorno al “limite”, che hanno allargato il confine stretto e soffocante con cui spesso intendiamo questa parola.
Luca ci ha ricordato che il limite non è solo ciò che non riesci a superare – un’asticella di prestazione, una vittoria che non raggiungi, un sogno che non realizzi -, ma qualcosa che accompagna costantemente ogni capitolo della nostra vita. Come per un atleta professionista vi è il limite dell’inizio, che è la grande incognita di non sapere come andrà e il peso delle aspettative, altrui e proprie; il limite della fine, che è il dover gestire qualcosa che non tornerà come prima e saper guardare al dopo; senza trascurare il limite del durante, che è la bolla dentro la quale spesso ci si rifugia per non vedere altro che il proprio essere atleta, senza guardare dietro, avanti, intorno.
Giulia ci ha ricordato che ogni corpo può essere allenato, basta partire proprio dalla conoscenza e consapevolezza dei propri limiti, ma che questo, per una persona con disabilità, può significare anche ritrovarsi troppo disabile per alcune gare o poco disabile per altre. E imparare a gestire molte montagne russe, tra cui il continuo passaggio dalla retorica pietistica che ti riduce al tuo limite fisico a quella esaltata che ti vuole come un supereroe per quello che fai nonostante il tuo limite fisico. Ma in fondo i limiti si scoprono proprio quando comprendi che non sono eliminabili, ma, al massimo, “sconfinabili”: il limite può essere un ostacolo o un confine; alcuni confini si possono allargare, ma non si possono togliere del tutto e occorre saperci stare dentro, imparando a respirare con i propri limiti.
In una società così ossessionata dall’ansia da prestazione, le loro parole ridisegnano la geografia del limite dentro lo sport ma inevitabilmente anche nella vita. Davvero lo sport è quello spazio fuori dal tempo in cui si abbatte l’esperienza del limite? Davvero questa esperienza può essere riportata fuori dallo sport, nelle nostre vite che non attendono altro che essere sportivizzate, fatte di prestazione, vittoria, coincidenza con il risultato raggiunto? E allora, nell’epoca del potenziamento generalizzato, del tutto e subito, del tutto intorno a me, il limite può invece tornare ad essere ciò che ci protegge (da noi stessi) e da quel che siamo disposti a fare. Possiamo allargare i nostri confini, ma non eliminarli in nome del “tutto è possibile”. E se il limite diventasse la più grande occasione per cercare il senso?
Un grande filosofo ci ricorda che possiamo diventare facilmente come quella colomba leggera che, mentre nel suo libero volo taglia l’aria di cui sente la resistenza, finisce per immaginare che le riuscirebbe assai meglio volare se lo spazio fosse vuoto di aria. Ma proprio quell’aria è ciò su cui poggia il suo sforzo. Senza quella resistenza non solo non volerebbe più spedita, ma semplicemente non volerebbe. Consapevoli allora che non tutta la vita si può pensare come lo sport, forse proprio il limite è ciò che la vita può insegnare allo sport: ricordarsi che non è il luogo dove tutto è possibile, ma quello in cui ci si allena continuamente a stare in compagnia del limite, rispettandolo, sfidandolo, senza mai espellerlo, perché davvero solo così ci si accorge che non è un ostacolo, bensì il compagno di viaggio del nostro essere umani.
Luca Alici
In&Out.
Parole, pensieri, storie.
Dentro e fuori dal campo.